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L'Avellino NON è in vendita: la drammatica cronistoria di 5 mesi di prese in giro e supercazzole

di redazione TuttoAvellino
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Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi, cantava Lucio Battisti. Una canzone cucita addosso, almeno nel titolo, a Mauriello e De Cesare. Lo stucchevole tira e molla per la vendita dell’U.S. Avellino ha toccato, stamattina, il punto più alto del paradosso, portando all’uscita di scena di Luigi Izzo: trattativa ufficialmente interrotta.

 “L'Organo Amministrativo opera nell'interesse dei propri soci, ai quali deve dar conto, nel rispetto dei valori dei tifosi biancoverdi e degli appassionati del club”, ecco, questo il presidente avvocato Claudio Mauriello se lo sarebbe potuto risparmiare.

Il rispetto per i tifosi e per gli appassionati dell’Avellino calcio lasciamolo da parte, perché in questa vicenda non c’è mai stato rispetto e considerazione per loro. Fosse stato per loro, ricordando la manifestazione svolta per le strade della città il 24 luglio e i tanti striscioni affissi in ogni angolo della provincia, questa società avrebbe già cessato di esistere. Ora ci si nasconde dietro a un cavillo, pare dietro a un'assemblea straordinaria indetta senza rispettare gli otto giorni per la comunicazione a tutti i soci: l'Avellino calcio è diventato un cavillo giuridico. Passione, amore, fedeltà: queste sconosciute

Oltre cinque mesi di bluff, prese in giro e supercazzole. A inizio luglio l’Avellino è stato messo in vendita, a metà luglio mancavano le offerte concrete, a ottobre l’Avellino era ancora in vendita, a novembre si sono fatte avanti due cordate interessate all’acquisto, ma a inizio dicembre, con un comunicato stampa il presidente avvocato Claudio Mauriello ha, di fatto, affermato quello che pensavamo tutti: l’Avellino NON è in vendita e NON lo è mai stato.

E TuttoAvellino lo pensava già il 6 luglio, quando dietro la presunta apertura alla cessione da parte della società, si celavano i primi movimenti per organizzare la nuova stagione: si mettevano sotto contratto Parisi e Carbonelli, venivano contattati i leader della Serie D, si organizzava il ritiro pre-campionato (leggi qui). Eppure qualche giorno prima, era il 29 giugno, Gianandrea De Cesare, raggiunto dalle cattive notizie provenienti dal Tribunale di Avellino, sembrava essersi deciso a cedere sia l’U.S. Avellino, sia la Scandone Avellino che, nel frattempo, perdeva i tesserati ingaggiati da Alberani, perdeva due categorie abbandonando la Serie A dopo 19 anni e nominava un nuovo presidente: Mauriello (leggi qui).

Da quel disimpegno ufficioso di De Cesare passarono 16 giorni. 16 giorni di silenzio, nel corso dei quali si fecero largo diverse ipotesi, con una a sovrastare le altre: l’Avellino NON era stato messo in vendita. Il comportamento della proprietà portò il Sindaco Gianluca Festa a convocare un appuntamento in Comune con De Cesare e Mauriello. Si presentò soltanto il presidente, contestato aspramente dai tifosi presenti a Palazzo di Città. Ricordiamo tutti il suo “Te n’aì, te n’aì (te ne devi andare), solo questo sapete dire?” riferito ai sostenitori furibondi che gli chiedevano semplicemente di farsi da parte per restituire un futuro NORMALE alla propria squadra del cuore. E Mauriello quel giorno fece una promessa: “Amministriamo lo sport irpino, nel momento in cui c’è una difficoltà siamo pronti a farci da parte” (leggi qui).

E le difficoltà si sono palesate violentemente: 89 milioni di euro sequestrati alla Sidigas, istanze di fallimento, e poi ancora il blocco del mercato della Scandone, il blocco del mercato dell’Avellino sbloccato soltanto a fine calciomercato. Se non sono difficoltà queste…

Si diceva che mancavano offerte concrete. E in un certo senso avevano pure ragione. A parte qualche manifestazione d’interesse caduta (giustamente) nel vuoto, il primo a farsi avanti è stato l’imprenditore Angelo Antonio D’Agostino. Era il 24 luglio (leggi qui). L’offerta si aggirava intorno ai 500mila euro: convinse Gianluca Festa, ma non fece neppure tentennare Mauriello e De Cesare, il quale mai e poi mai avrebbe potuto vendere una sua proprietà (sì, fa male dirlo) a un rivale nel settore energetico.  

Si è deciso, quindi, di iniziare la stagione, anche in questo caso, giustamente, e lo scrivemmo pure (leggi qui) per poi prendere in esame eventuali offerte d’acquisto. Il 31 luglio è stato ingaggiato Salvatore Di Somma, il 2 agosto Giovanni Ignoffo per la panchina. E’ stata allestita una rosa in fretta e furia, ma si sarebbe potuto fare meglio.

L’Avellino ha iniziato bene, superando il turno di Coppa Italia ai danni del Bari, ha perso malamente col Catania all’esordio in campionato, ma si è riscattato con tre vittorie di fila. Poi la crisi di risultati, fino alla sconfitta di Pagani che è costato l'esonero a Ignoffo. Al suo posto, nonostante il parere contrario di una parte della tifoseria, è stato ingaggiato Ezio Capuano. E proprio alla presentazione del nuovo allenatore, Claudio Mauriello è tornato a far sentire la sua voce, confermando – a modo suo – che l’Avellino era ancora in vendita (leggi qui).

Era il 16 ottobre e si superò senza difficoltà lo scoglio dei primi due mesi di stipendi, grazie al contributo encomiabile dei tifosi biancoverdi che hanno sottoscritto quasi 3000 abbonamenti a scatola chiusa, consentendo alla società di pagare gli stipendi di luglio (ma l'Avellino non aveva alcun tesserato...) e di agosto.

Di lì a poco al custode giudiziario Baldassare sarebbero arrivate le offerte – concrete, queste sì – della Ap Green di Antonio De Sarlo e della IDC formata da Izzo, Di Matteo (poi uscito di scena) e Circelli.

Due offerte rispettivamente di 1.1 milione di euro e 1.3 milioni di euro, che hanno convinto il custode giudiziario a dare il primo via libera alla vendita.

TuttoAvellino non ha mai parteggiato per nessuno, ma solo per il bene dell'Avellino. Attraverso un rapido excursus delle vicende sportive passate di Izzo, Circelli e Di Matteo, aveva richiamato l’attenzione dei tifosi biancoverdi (leggi qui), così come, il 26 novembre, aveva riferito come il “Fronte No Vendita” teneva botta e frenava le velleità di cessione dell’amministratore Dario Scalella e di Baldassarre (leggi qui).

Quando sembrava essersi delineata l’uscita di scena della proprietà, attraverso il voto unanime dell’assemblea straordinaria della Sidigas, ecco che, tutti i dubbi sull’effettiva messa in vendita del club sono stati fugati dal comunicato di Mauriello, il quale ha semplicemente ribadito che né lui, né De Cesare hanno intenzione di dimettersi, respingendo al mittente le richieste tramite ultimatum di Izzo e Circelli.

E ora, che succede? Una sola cosa è chiara: entro il 16 dicembre l’U.S. Avellino dovrà versare circa 230mila euro di stipendi e contributi ai propri tesserati. Niente a che vedere con la prima scadenza superata agevolmente ad ottobre. E' una cifra pesante che, secondo le dichiarazioni a microfoni spenti di Scalella, non sembra essere a disposizione dell’attuale proprietà. Domani è in programma l’udienza al Tribunale di Avellino, per quel famoso piano di ristrutturazione dei debiti che doveva essere presentato in estate, ma che tra un rinvio e l’altro è stato prorogato fino al 3 dicembre.

L’attuale proprietà sembra essere convinta di riuscire a mettere assieme i fondi per evitare una penalizzazione fino a 4 punti in classifica, da scontare in questo campionato. Intanto è iniziato un nuovo conto alla rovescia: dopo 5 mesi di passi indietro e prese in giro, almeno l’handicap in classifica evitatelo a una piazza affamata di calcio vero e, soprattutto, desiderosa di tranquillità e serenità.

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